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All’happy hour con il personal hovercraft (© foto Entecho)
| < Ieri | 31 maggio 2009 |

Un colpetto al joystick e via! (© foto MDI)
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In biciletta per i centri storici… con 11 obiettivi (© foto Google)

| Il Telescopio spaziale Hubble visto dallo Space Shuttle Discovery durante la seconda missione di servizio, STS-82 | |
| Organizzazione | NASA/ESA |
| Lunghezza d’onda coperta | Ottico, ultravioletto, vicino infrarosso |
| Tipo di orbita | Circolare |
| Altezza dell’orbita | 600 km |
| Periodo orbitale | 96-97 min |
| Velocità orbitale | 7500 m/s (27000 km/h) |
| Accelerazione di gravità | 8,169 m/s² |
| Momento angolare | 5,28×1010 m²/s |
| Data di lancio | 24 aprile 1990 |
| Fine della missione | intorno al 2013 |
| Massa | 11 Tonnellate |
| Sito internet | http://hubble.nasa.gov http://hubblesite.org http://www.spacetelescope.org |
| Caratteristiche fisiche | |
|---|---|
| Montatura | Ritchey-Chrétien riflettore |
| Diametro | 2,4 m (94 in) |
| Lunghezza focale effettiva | 57,6 m |
Il telescopio spaziale Hubble, in acronimo HST dal nome in lingua inglese Hubble Space Telescope, è un telescopio posto negli strati esterni dell’atmosfera terrestre, a circa 600 chilometri di altezza, in orbita attorno alla Terra (ogni orbita dura circa 92 minuti). È stato lanciato il 24 aprile 1990 con lo Space Shuttle Discovery come progetto comune della NASA e dell’Agenzia Spaziale Europea.
Il telescopio può arrivare ad una risoluzione angolare migliore di 0,1 secondi d’arco. L’HST è così chiamato in onore di Edwin Hubble, astronomo americano. È prevista la sua sostituzione con il Telescopio Spaziale di Nuova Generazione (NGST) nel 2013.
Osservare fuori dall’atmosfera comporta numerosi vantaggi, perché l’atmosfera distorce le immagini e filtra la radiazione elettromagnetica a certe lunghezze d’onda, in particolare nell’ultravioletto.
Il 27 gennaio 2007 il telescopio è entrato in safemode a causa di un guasto. Lo strumento Advanced Camera for Surveys ha smesso di funzionare e i tecnici della NASA hanno disabilitato lo strumento per permettere l’utilizzo degli altri strumenti a bordo del telescopio. L’11 maggio 2009 è stato lanciato lo Space Shuttle Atlantis per la quarta ed ultima missione di manutenzione del telescopio.
Il telescopio pesa circa 11 tonnellate, è lungo 13,2 metri, ha un diametro massimo di 2,4 metri ed è costato 2 miliardi di dollari. Si tratta di un riflettore con due specchi in configurazione Ritchey-Chrétien. Lo specchio primario è uno specchio parabolico concavo di 2,4 metri di diametro, che rinvia la luce su uno specchio iperbolico convesso di circa 50 centimetri di diametro. La distanza fra i vertici dei due specchi è di 4,9 metri. Approssimando i due specchi come sferici, si può calcolare il punto di formazione del fuoco Cassegrain, ottenendo che l’immagine si forma circa 1,5 metri dietro il primario.
Due pannelli solari generano l’elettricità, che serve principalmente per alimentare le fotocamere e i tre giroscopi usati per orientare e stabilizzare il telescopio. In 15 anni di carriera Hubble ha ripreso più di 700.000 immagini astronomiche.
Il telescopio fu lanciato dalla missione Shuttle STS-31 il 24 aprile 1990. Si trattò in realtà di un rinvio del lancio originale previsto nel 1986, rimandato a causa del disastro del Challenger nel gennaio dello stesso anno.
Le prime immagini prese dal telescopio causarono grande sconforto tra gli astronomi e tutti i partecipanti al progetto: erano fortemente distorte e fuori fuoco, e anche con lunghe elaborazioni al computer non potevano arrivare alla risoluzione prevista. Fu trovato che la Hughes corporation aveva lavorato lo specchio principale senza tener conto che sarebbe stato usato nel vuoto e non in aria. La differenza di indice di rifrazione, appena 0,0003, bastò a generare il problema. Un altro specchio identico era stato costruito da un’altra azienda, e non soffriva di questo problema, ma sfortuna volle che fu proprio il primo ad essere lanciato.
Il problema fu risolto durante la prima missione di servizio, che installò un’ottica correttiva e restituì al telescopio la qualità ottica prevista in origine.
L’originale Wide Field/Planetary Camera (WF/PC1) fu sostituita con la Wide Field/Planetary Camera 2 (WF/PC2) durante la prima missione del dicembre 1993. La WF/PC2 (pronuncia uìff-pic) era uno strumento di scorta sviluppato nel 1985 dal Jet Propulsion Laboratory (JPL) di Pasadena (California). Gli specchi secondari della WF/PC2 sono affetti da un errore uguale e contrario a quello dello specchio principale, in modo da compensarsi a vicenda. (Lo specchio primario dell’HST è di 2 micron troppo piatto verso il bordo, così le ottiche correttive della WF/PC2 sono deformate della stessa quantità ma in modo contrario).
Il ‘cuore‘ della WF/PC2 consiste in un trio di sensori a largo campo a forma di L e in un sensore per riprese di pianeti ad alta risoluzione, che va ad occupare l’angolo rimanente. Nella missione Shuttle STS-125, la WF/PC2 verrà sostituita con la WFC3 (Wide Field Camera 3), dall’analogo scopo ma con migliori prestazioni.
Uno spettrografo scompone la luce raccolta da un telescopio nelle varie frequenze che la compongono, in modo da poterla analizzare. Lo studio dello spettro fornisce alcune importanti proprietà di un corpo celeste, quali la composizione chimica qualitativa e quantitativa, la temperatura, la velocità radiale, la velocità di rotazione e i campi magnetici. Lo STIS (Space Telescope Imaging Spectrograph) può studiare le radiazioni prodotte dai corpi celesti comprese tra la lunghezza d’onda dell’ultravioletto (115 nm) e quella del vicino infrarosso (1000 nm). Lo strumento utilizza tre rilevatori, fotocatodi Multi-Anode Microchannel Array (MAMA). Il campo visivo per ciascun MAMA è di 25×25 secondi d’arco mentre il campo del CCD è di 50×50 secondi d’arco.
Il principale vantaggio dello STIS è la sua capacità bidimensionale rispetto a quella unidimensionale di un normale spettroscopio. Ad esempio è possibile rilevare simultaneamente lo spettro di diversi punti di una galassia, invece di eseguire una rilevazione alla volta di ciascun punto. Lo STIS può anche rilevare in una sola volta una serie di varie lunghezze d’onda dello spettro di una stella. Attualmente (febbraio 2006), lo spettrografo STIS non è funzionante.
I “Pilastri della Creazione” nella Nebulosa dell’Aquila
Il NICMOS (Near Infrared Camera and Multi-Object Spectrometer) è uno strumento in grado di eseguire sia osservazioni nell’infrarosso, che osservazioni spettroscopiche di oggetti astronomici. È sensibile alla radiazione con lunghezza d’onda compresa tra 0,8 e 2,5 micron, oltre il limite della sensibilità dell’occhio umano. La matrice sensibile che costituisce i rilevatori dell’infrarosso nel NICMOS deve operare a temperature molto basse. Il NICMOS mantiene i suoi rilevatori a bassa temperatura all’interno di un condensatore criogenico (un contenitore termicamente isolato simile a una bottiglia “thermos”) che contiene ghiaccio di azoto. Per funzionare correttamente la camera infrarossa deve essere raffreddata a -180 °C, e il condensatore mantiene freddi i detector per anni, più a lungo che in qualsiasi altro esperimento spaziale.
La FOC (Faint Object Camera) è stata costruita dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA). Ci sono due sistemi completi di rilevazione nel FOC. Ciascuno di essi utilizza un tubo di intensificazione di immagini per produrre una immagine in uno schermo a fosfori che è 100.000 volte più luminoso della luce che riceve. L’immagine viene poi scandita da una sensibile camera televisiva a silicio elettrobombardato (EBS). Questo sistema è così sensibile che oggetti con magnitudine inferiore a 21 devono essere schermati con un sistema di filtri per evitare la saturazione dei rilevatori. Nel 2002 lo strumento è stato sostituito con Advanced Camera for Surveys (ACS) durante la terza missione di servizio.
Il COSTAR (Corrective Optics Space Telescope Axial Replacement) non è uno strumento scientifico: è un pacchetto di ottiche correttive che fu utilizzato per annullare il difetto dello specchio principale, a favore dello strumento per oggetti deboli (FOC). Per la sua installazione è stato necessario rimuovere il fotometro ad alta velocità (High Speed Photometer) durante la prima missione di servizio. Nella quarta missione di servizio verrà sostituito il COSTAR con il nuovo strumento Cosmic Origin Spectrograph (COS).
L’oggetto di Herbig-Haro HH47
Sebbene l’HST sia sempre operativo, non tutto il suo tempo è impiegato per le osservazioni. Ogni orbita dura circa 97 minuti e il tempo viene suddiviso tra le funzioni di gestione e l’osservazione. Le funzioni di gestione includono la rotazione del telescopio per puntare un nuovo obiettivo, per evitare la Luna ed il Sole, commutare le antenne di comunicazione e le modalità di trasmissione, ricevere comandi di trasmissione dati, calibrare i sistemi e via dicendo. Per soddisfare le esigenze di puntamento dell’Hubble si dovette realizzare un nuovo catalogo stellare, il Guide Star Catalog, che è diventato di gran lunga il più completo ed accurato catalogo mai realizzato.
Quando l’STScI completa il suo piano di osservazione principale, il programma viene inviato al Goddard’s Space Telescope Operations Control Center (STOCC) dove i piani scientifici e di gestione vengono incorporati in un dettagliato programma di operazioni.
Ciascun evento viene tradotto in una serie di comandi da inviare ai computer di bordo. I comandi vengono inviati diverse volte al giorno per far sì che il telescopio operi efficientemente. Quando è possibile vengono usati contemporaneamente due strumenti scientifici per osservare regioni adiacenti del cielo. Per esempio, mentre lo spettrografo è focalizzato su una stella o una nebulosa scelta come bersaglio, il WF/PC2 può riprendere l’immagine di una regione di cielo leggermente spostata rispetto alla visuale del bersaglio. Durante l’osservazione il sensore di guida Fine Guidance Sensors (FGS) segue le loro rispettive stelle guida per mantenere il telescopio fermamente puntato verso l’obiettivo giusto.
Se un astronomo desidera essere presente durante l’osservazione, c’è un terminale allo STScI e un altro allo STOCC dove i monitor mostrano le immagini e altri dati durante l’osservazione. Da questi terminali è possibile inviare soltanto alcuni limitati comandi in tempo reale per l’acquisizione del bersaglio o per cambiare filtri, se il programma di osservazione lo prevede, ma non sono consentiti altri controlli arbitrari.
I dati tecnici e scientifici dell’HST, come pure le trasmissioni di comandi operativi, sono inviati per mezzo del sistema Tracking Data Relay Satellite (TDRS) e della stazione a terra collegata ad esso a White Sands nel Nuovo Messico. Il computer di bordo è in grado di conservare oltre 24 ore di comandi. I dati possono essere diffusi dall’HST alla stazione a terra direttamente oppure memorizzati e trasmessi in seguito.
Il telescopio è stato visitato numerose volte da astronauti in passeggiata spaziale da uno Shuttle. Queste missioni erano state previste fin dall’inizio come manutenzione periodica, per riparare eventuali guasti e per installare nuovi componenti. Inoltre, a causa dell’attrito con l’atmosfera, il telescopio perde lentamente quota nel tempo. Lo shuttle lo riporta in un’orbita più alta ogni volta che lo visita.
Con il completamento di tutti gli obiettivi principali della STS-125, ed alcuni che non erano considerati vitali, l’aggiornamento del telescopio lo rende molto più performante di prima[4][5]. L’importanza di Hubble non è dovuta solo alle spettacolari immagini, ma soprattutto dalle ricerche che ha permesso – una media di 14 articoli scientifici alla settimana basati sui dati raccolti[6]. Ufficialmente gli aggiornamenti estendono la vita del telescopio fino al 2014, tuttavia David Leckrone, senior scientist, ha affermato prima della missione che se gli obiettivi venivano raggiunti dagli astronauti, Hubble poteva facilmente superare questa data.[4].
Non prima del 2014 è previsto il lancio del James Webb Space Telescope (JWST), inizialmente chiamato Next Generation Space Telescope (NGST). Sarà dotato di specchi di diametro equivalente a 6,5 metri e opererà nell’infrarosso, con l’obiettivo principale di osservare le galassie responsabili della ri-ionizzazione dell’Universo primordiale. Sarà posizionato in un orbita molto più elevata, a circa 1,5 milioni di chilometri dal sistema Terra-Luna, in direzione opposta al Sole (secondo punto di Lagrange dell’orbita terrestre). Questa posizione offre il minimo segnale di fondo termico e quindi la massima sensibilità alla radiazione infrarossa. Tuttavia il telescopio James Webb rileva solo lo spettro infrarosso quindi Hubble, che possiede sensori che operano nelle bande dell’ultravioletto, del visibile e dell’infrarosso-vicino, può continuare ad essere di grande beneficio alla comunità scientifica[4][7]
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L’utilizzo di Airpod non comporta alcuna emissione diretta di CO2 nè di altre sostanze inquinanti, ma che dire della corrente elettrica utilizzata per alimentare i sistemi di ricarica dell’aria? Se il compressore fosse collegato a una sorgente pulita come il solare o l’eolico la vettura sarebbe realmente a emissioni zero. Ma in Italia l’energia elettrica è prodotta utilizzando un mix di fonti che comprendono anche centrali a carbone, a olio combustibile, a gas e secondo l’APAT (Agenzia per la protezione dell’ambiente e per i servizi tecnici del Ministero dell’Ambiente) ogni kWh di corrente distribuita nel nostro paese comporta l’emissione di 473 grammi di C02. Ciò significa che l’utilizzo di Airpod genera un’emissione indiretta di anidride carbonica quantificabile in circa 10-15 grammi al chilometro: quasi il 90% in meno rispetto all’auto a benzina più pulita attualmente in commercio. E una ricarica completa costa poco più di un euro in corrente. Nessun problema anche per i viaggi più lunghi: l’azienda di Guy Nègre ha dichiarato di essere pronta a lanciare nuovi modelli alimentati da un motore ibrido termico-aria adatti alle famiglie e ai lunghi viaggi.
La volta buona? Airpod costerà attorno ai 4500 euro e sarà sul mercato entro tre anni. A rafforzare la convizione che questa volta volta l’auto ad aria potrebbe arrivare sul serio c’è anche un contratto da 40 milioni di euro siglato nel 2007 tra tra MDI e il colosso indiano dell’auto TATA per la fornitura di questa tecnologia. Non mancano comunque gli scettici: secondo alcuni esperti la ricarica dei serbatoi è molto dispendiosa e inefficiente dal punto di vista energetico e non è ancora chiaro come i progettisti abbiano risolto il problema del congelamento del motore. Nei vecchi prototipi l’aria compressa, uscendo dai serbatoi ad altissima pressione, causava infatti la formazione di veri e propri blocchi di ghiaccio sulle parti meccaniche della vettura. Non resta quindi che attendere, ancora una volta fiduciosi e carichi di aspettative.